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sabato 22 agosto 2015

SPECIE DI AMENI SPAZI

Dialogues hermétiques, di David Chance Fragale
 La disciplina della prossemica, che per quanto ne so riflette sui gesti e i comportamenti umani in relazione allo spazio (ma per maggiori chiarimenti, rimando alle letture specifiche sul tema, in particolare la Dimensione nascosta di Edward Hall), definirebbe l'ospedale psichiatrico così come ogni altra struttura penitenziale un errore semiotico, ovvero un paradosso significante; ma per dirlo meglio si dovrebbe pensare al mondo naturale e provare ad immaginare qualcosa di simile al manicomio nell'universo animale o vegetale. Ovviamente ci rendiamo subito conto che aberrazioni simili non esistono, a differenza forse dei cimiteri. Per le ragioni più ovvie, pure se si esclude la dimensione spirituale, il cimitero è una realtà presente nel mondo animale come in quello umano (qui la distinzione fra specie è puramente di comodo). Il cimitero è infatti un compromesso tra il bisogno di mantenere incontaminato un dato settore abitativo e quello di ricondurre (o ricondursi) a uno spazio neutrale, avulso dal cinetismo del mondo vivente. A questo proposito, sarebbero esemplari (per quanto lontani dall'essere studiati e confermati) i cimiteri di elefanti e quelli di balene. Ma se dalle piramidi ai mausolei, dagli ossari sotterranei ai malinconici camposanti costellati di statue erose dal tempo, il cimitero dell'uomo d'oggi e di ieri è sempre parsa una monumentale elegia costruita intorno all'oggetto morto, e quindi un'esaltazione dell'essere umano dai tratti vagamente necrofili, al contrario i sanatori e le carceri, ancora luoghi di vita, di presenze pulsanti, paiono quasi costituire una paradossale imitazione degli alveari e dei formicai del mondo degli insetti, eppure invertiti di senso; ed è qui che la morte e l'oblio sembrano essere più presenti, il cimitero diventa luogo del ricordo, il manicomio diventa luogo della dimenticanza. 

Attent place, (c) David C. Fragale
 Emblematico è stato, in questo senso, entrare nell'ospedale di C. (non cito il nome per evidenti motivi di discrezione e per non agevolare in qualche modo la sparizione di questo luogo che adesso è sospeso fra quello che fu il suo ruolo specifico e il cimitero, passando per tutti i significanti che stanno in mezzo).
Si tratta di una delle più grandi strutture manicomiali del nostro paese, e prima fu lazzaretto per malati di colera. La sua storia, per chi è bravo a cercare, si trova su tantissimi siti, e a questo rigo avrete già capito di che posto si parla.
A me interessa ricondurre tutto allo spazio, a quella distanza che annulla o consente la comunicazione.
L'ospedale di C. si presenta fin da subito come una serie di strutture tra il vecchio e il nuovo, e quindi già un incontro di epoche; alcuni settori sono più semplici e funzionali, e il decadimento progressivo le ha trasformate nelle parti più spaventose dell'edificio; man mano che si procede nell'esplorazione, l'architettura diventa più ricercata, ma non troppo, sia beninteso, è semplicemente un riflesso del momento in cui è stata costruita. A questo punto sopraggiunge la tristezza. L'ospedale abbandonato di C. si comporta adesso come una cassa di risonanza delle nostre sensazioni o, per chi ci vuole credere, di tutte le sensazioni che si sono negli anni mescolate in quel luogo. E, cosa più importante, adesso sembra svolgere quel ruolo che prima non aveva svolto mai. Adesso, nell'annullamento delle sue funzioni, può anche essere bello. Perché adesso, nello stato in cui versa, di sicuro effimero, ma capace di stupirci per la longevità che potrebbe manifestare se l'uomo non si opporrà a questo stato di libero arbitrio strutturale, l'ospedale abbandonato di C. è divenuto uno spazio polifunzionale e ha acquisito tutta una serie di sensi che prima gli erano preclusi. 

Too much time, (c) David C. Fragale
 Adesso C. è un luna-park per gli amanti del silenzio o delle emozioni forti, è un set video-fotografico, è un covo di fantasmi per gli appassionati cacciatori di tali manifestazioni, è anche un documento storico; è un ironico antagonista del ben più famoso e ben tenuto edificio che gli sorge accanto, dimora di duchi e duchesse, è un'avventura fisica per chi, anestetizzato dalle tecnologie che coinvolgono mondi astratti, può ricordarsi il piacere dell'esplorazione e i suoi molteplici rischi. Potrei andare avanti così, ma non è questo il punto. Forse il punto è che questa esperienza dentro le mura di C. mi ha ricordato quanto sia importante il nostro rapporto con lo spazio, con le specie di spazi che affollano il mondo, e quanto sincero e cristallino possa rivelarsi vagare nei corridoi, per le stanze, nei meandri sotterranei, di un luogo che ha perso la sua funzione come l'uomo sembra perdere la sua funzione dopo la morte. Camminare sul pavimento polveroso di C. è come camminare nelle circonvoluzioni del cervello umano, dentro c'è tutto, come sopra così sotto, ovvero così dentro come fuori. E viceversa.

DCF

P.S.: Si ringraziano gli amici che hanno partecipato a questo viaggio, e i ragazzi di Dust Brothers Inside, per l'interesse e la passione comune, e per le numerose dritte in merito.


Fotografie di C., realizzate da Sonia Secchi, che potete vedere anche su questa pagina: http://crimesceneofgoodintentions.tumblr.com/post/127258266788/pics-from-an-abandoned-mental-hospital-guys

lunedì 27 aprile 2015

TAKING AND GIVING IN LONDON

Sometimes I feel like a scientist (like most of the people working with creativity)
always trying different combinations of elements,
keeping experimenting to get to one single formula:
a way to perform.

Sonia Secchi



Per Buddha, non puoi viaggiare su una strada senza essere tu stesso la strada. Non sono un buddhista, ma questo pensiero mi colpisce e mi attraversa e mi ci riconosco, in quello che è stato fatto e sarà fatto. Secondo il nostro nume tutelare Georges Perec, "leggere quanto è scritto nella strada; colonne Morris, edicole, manifesti, cartelli stradali, graffiti, dépliant gettati per terra, insegne dei negozi (...) Niente ci colpisce. Non sappiamo vedere." Ed eccoci al punto di questo secondo post dedicato all'esperienza performativa a Londra, città magica, città di draghi, città di strade. Dopo il picture crossing e altre installazioni (ne parlerò più avanti), è la volta di dire di noi, di spose e di pupazzi. Ma si parla sempre di strada, di quello che la strada ti dà e che devi in qualche modo restituire. Sono un fanatico di opere murali, amo i manifesti strappati, la gente vestita in modo strano, i pazzi, le donne che zoppicano, le riviste di moda gratis che trovi nei pub di Brick Lane, i volantini che promuovono eventi e spettacoli segreti, amo i muri e la spazzatura che vorresti portarti a casa, e quando trovo un luogo in cui tutto questo diventa un affresco emozionale, allora so che è il posto giusto per fermarsi e recitare, o per camminare e contribuire a complicare l'affresco. In fondo penso che sia questa la street art, un modo un pò beffardo di partecipare alla vita di quel particolare scorcio cittadino, di diventare parte di esso, di sentirsi a casa. Anche di insegnare a vedere, come vorrebbe Perec. Le strade sono i luoghi migliori dove conoscere il mondo, e sperimentarvi l'arte o la magia o come la volete chiamare non sarà mai bello e utile e fondamentale come sulle strade. Che poi siano le strade di Londra non è casuale, ma qui si parla di genius loci e altre amenità, che ovviamente non interessano tutti e forse non vale neppure la pena di rivelarsi agli altri così tanto. L'importante è ricordarsi che per quanto siano importanti i musei, i negozi, il posto fisso, l'opinione politica sui social networks, le stragi della settimana, le parole buttate qui su un blog che leggerano giusto in quattro - l'importante, dico, è stare sulle strade e sentirle e vederle e farne parte, con un cappello buttato per terra e una manciata di spiccioli dentro se volete, oppure misurata coi piedi finché sanguinano. Alla fine la strada parlerà e se sei fortunato ne farai parte.

David Chance Fragale





Alcuni frammenti della performance TAKE THE FLOWER di Sonia Secchi nei quartieri di Londra, che potete approfondire sul suo sito; qui sotto il video.



A seguire alcuni scatti regalati dal pubblico e da amici dei Black Whateverare, alla loro seconda apparizione nella capitale; un'esperienza catartica, davvero.





I am a fanatic of murals, I love torn posters, the people dressed in a strange way, the insane things, women who limp, fashion magazines that are free in the pubs of Brick Lane, the flyers that promote events and shows secrets, and I  love the walls and the garbage that you'd like to take you home, and when I find a place where all of this becomes an emotional painting I know it's the place to stop and play, or to walk and contribute to complicate this pattern. Basically I think that this is the street art, a way of mocking a bit part in the life of that particular historical city, to become part of it, to feel at home. Also to teach to see, as  Georges Perec said. The streets are the best places to learn about the world, and experimenting art or magic will never be beautiful and useful and essential as on the roads. The important thing is to remember that no matter how important are the museums, shops, the permanent position, political opinion on social networks, the massacres of the week - the important, I say, is to stay on the streets and hear them and see them and be part of it, with a hat on the ground  if you want, or measured with your feet until they bleed. Eventually the road will talk and if you're lucky you'll be part of it.

David Chance Fragale

domenica 26 aprile 2015

PICTURE CROSSING IN LONDON

Brick Lane, Shoreditch, Camden Town, Angel, tutti luoghi consoni allo sfruttamento creativo se siete in visita a Londra e magari siete turisti inusuali, che oltre a riempirsi gli occhi, le orecchie e i nasi di immagini, suoni e profumi siete anche quelli che volete fare un regalo alle città. Londra è perfetta se questo è uno dei vostri intenti, e nei prossimi post racconterò questo bisogno di lasciare una traccia sulle strade di quella città, che ancora mi affascina e mi ispira.
Il picture crossing, per esempio, nasce dal desiderio di emulare la pratica dell'image sharing che spopola sul web (in special modo sui social network), applicato alle regole della strada. Non proprio un progetto, ma un'idea embrionale che volevo sperimentare per comprenderne le potenzialità, e che almeno in questo caso, soprattutto grazie al contesto scenografico di certi quartieri londinesi, ha funzionato abbastanza bene. Insomma, si regala volentieri ai luoghi che ti fanno regali.

David Chance Fragale









The picture crossing comes from the desire to emulate the practice of image sharing on the web (especially on social networks), applied to the street rules. Not just a project but an embryonic idea that I wanted to experience to understand its potential and that, at least in this case, mainly thanks to the scenic context of certain neighborhoods in London, it worked quite well. In short, it's fun to make gifts to the places that make gifts to you.

mercoledì 19 giugno 2013

PICCOLI MONDI


PICCOLI MONDI, sì, ma forse solo perchè piccoli sono i contesti in cui si esprimono e a cui si rivolgono. Non credo ci sia niente di piccolo nello sforzo, nell'adesione, nelle speranze di chi, artista o sostenitore, tecnico o curatore, ha vissuto questa esperienza, culmine di un progetto che forse è passato troppo inosservato, ovvero NO/WHERE NOW/HERE (e che la nostra associazione conosce bene, basta cercarne le tracce su questo blog). Non mi dilungherò in polemiche che nessuno leggerebbe, in una città troppo abituata a farsi la guerra da sola è molto meglio gettare un'occhiata a coloro che stanno in trincea, magari anche solo con l'elmetto calato sulla testa chiedendosi che diavolo succede; inutile poi accusare chi, solipsisticamente, snobba gli eventi di chi tanto ha da dire solo perchè si pensa migliore di altri o non si sente in essi coinvolto (e magari, tecnicamente, dovrebbe). Mi limiterò invece a complimentarmi con le ragazze che hanno dato vita ai loro "piccoli" mondi, ovvero, rigorosamente in ordine alfabetico, Alessia Degani, Franziska Freymadl, Erica Lanzoni, Roberta Sacchi e Giulia Voltini. Ognuna di esse ha espresso, in un processo che, sottolineiamo, è da ritenersi un percorso formativo, l'idea di uno spazio condivisibile, dove il pubblico può interagire con gesti e parole, visioni e soprattutto aspettative di chi queste strutture (il tanto famoso gazebo, rivisto ed evoluto) le ha tirate su sotto il sole cocente. Okkei, io c'ero e ne porto le tracce sulla fronte screpolata, ma sottolineo anche la presenza di Michele Ginevra, Elisabetta Dilda e Laura Carini, più qualche amico e collega che, mosso da sincero spirito di partecipazione e sostegno, ha dato una mano gratuitamente.
Forse una cosa che l'intensa giornata mi ha insegnato è che, al di fuori delle etichette, dei fanatismi, delle vanità, delle operazioni politiche e via dicendo, la professionalità si cela nella capacità di darsi e di dare senza tanti fronzoli, aiutando per il semplice piacere di farlo e, nel caso delle ragazze protagoniste dell'evento, regalando una parte di sè a chi è capace di accettare il dono proteso.  

Per adesso butto qui un pò di fotografie, scattate da me e da Sonia Secchi, alleata e amica. Ma grazie ad Andrea Riboni e Federico Fronterrè presto avremo altri scatti e un video che ricordi l'ennesimo tentativo di raccontare il mistero, fragile come il babau di buzzatiana memoria, "molto più delicato e tenero di quanto si credesse. Era fatto di quell'impalpabile sostanza che volgarmente si chiama favola o illusione: anche se vero. Galoppa, fuggi, galoppa, superstite fantasia. Avido di sterminarti, il mondo civile ti incalza alle calcagna, mai più ti darà pace."
 DCF    
                                                                                                      
 
 
Franziska Freymadl (nella foto più in alto al lavoro per costruire il suo spazio DENTRO, e qui sopra in due still frames del videoclip girato per lei da me, Anna Cigoli e Federico Fronterrè, che presto posteremo anche qui); Franziska è una ragazza dal carattere forte e deciso, forse più di tutte le protagoniste della giornata ha sofferto degli incidenti di percorso che un evento formativo dalle risorse limitate può causare, ma nel suo vigore risiede il suo pregio più grande, e nelle sue speranze la possibilità di capire meglio le esigenze di chi non fa arte solo per nutrire il proprio ego ma trovare una direzione nella vita. 
Giulia Voltini, in GIARDINO INTERIORE, ha creato uno spazio bianco, velato, profumato e pieno di fiori sospesi, un angolo per sedersi e riposare (malgrado il caldo) - un piccolo mondo molto amato dai bambini...
Roberta Sacchi detta Sakka, in alcune foto di Sonia Secchi e di Giulia Galelli; RADICE, il suo piccolo mondo, è una camera di archetipi e altri simboli che per me sembra unire l'arte contemporanea alla necessità di scoprire da dove essa viene, a costo di tornare nelle vecchie caverne e cercare fra le pitture rupestri.


SPAZIO-TEMPO di Erica Lanzoni mi ha coinvolto in più fasi, dato che dietro c'è una personalità complessa e semplice allo stesso tempo, qualunque cosa vogliano dire le due categorie; quindi: sassi, sabbia, foglie, tante foglie, il trucco della donna-albero, la femminilità intrisa di paganesimo. A questo link trovate il video che è parte integrante dell'installazione.

Onirismo, intimità e blu, tanto blu, per Alessia Degani e il suo SPAZIOBLU; un colore assurto a idea di calma magica, anche e soprattutto da posare sulla pelle.

Tante altre foto le trovate sulla pagina ufficiale dell'evento, e altre ne inseriremo noi in un post successivo.