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martedì 13 settembre 2011

IDENTITA’ FLUIDE NELLO SPAZIO EMPATICO: UN PENSIERO ELEGANTE

Anche questa è fatta. Ed è stata fatta bene, secondo il mio modesto parere. Un’inaugurazione dall’atmosfera molto milanès (ognuno dia la sua personale interpretazione a questa affermazione come meglio riesce), facce nuove e nuove relazioni, e la sensazione che la Specie di Spazio stia confermando la sua identità di luogo mutevole, che cattura l’identità di chi vi lavora dentro, che assorba tendenze e speranze, che vada in una direzione mai univoca, ma che, come nel giardino dei sentieri che si biforcano di Borges, sia impossibile capire se esiste una via o molte che si diramano spontaneamente da quell’unico punto in Piazza Roma 36 per perdersi nelle infinite possibilità di espressione del sé che racchiude. La Specie di Spazio si affeziona a chi momentaneamente lo possiede, mi pare; ed è questa una caratteristica rara per quello che ho potuto vedere intorno a me negli ultimi anni. Anche perché questa affezione tende a sedimentarsi soprattutto sugli artisti che occupano lo Spazio, per poi attecchire anche su chi viene a visitarlo, a sfruttarlo in senso sociale o professionale, generando una forte carica empatica che dura oltre il tempo della visita (so quello che dico, credetemi). Specie di Spazio come Spazio Empatico? Una possibilità allettante, rischiosa e da indagare, nel tempo…


Alcune parole sulle fotografe di questa esposizione voluta e curata da Federico Fronterrè e messa in piedi dal sottoscritto, da Valeria Rossini e dalle fotografe stesse (che vedete in alto sotto il titolo del post); non dimentichiamo l'importante aiuto e sostegno di Stefania Mattioli e della galleria d'arte Il Triangolo
Non voglio esprimere un parere critico, che stazionerebbe fra una sterile e autocelebrativa recensione e una riflessione contemporanea troppo lunga da gestire in questa sede.  Adoro la fotografia. Anche io e anche Federico siamo (anche) fotografi, ma poi le cose si complicano. Anche. C’è una fotografia che si ciba del compiacimento tecnico, analogicamente studiata, e una fotografia illustrativa che si genera davanti allo schermo del computer, attraverso la meraviglia di photoshop. C’è una fotografia ludica, una fotografia documentativa, una fotografia che non è fotografia, per tacere dei molti generi che la fotografia comprende, cui ognuno approccia a modo suo. Riscontro gli estremi di questa libertà descrittiva su cosa sia la fotografia nel lavoro di tutte e tre le ragazze, Giulia GrandiSofia Labadini Love e Giulia Voltini. C’è un’ambiziosa descrizione del sé, di un sé affiancato all’altro sè, mai stabile ma proteiforme, come negli (auto)ritratti di Sofia; la descrizione di un mondo fantastico, tra il glamour e la moda, fra il tumblr e il blogger, di Giulia Voltini; la descrizione di una perfezione, della bellezza, di un affetto celato dietro l’obiettivo, che mi sembra quello di Giulia Grandi*; è un magma di sensazioni, di percorsi già compiuti e altri da compiersi, che poi lo Spazio prende e rimodella, unisce e scompone, cercando un’armonia. Se poi l’armonia è cosa reale, cosa oggettiva che esiste in questo mondo sfaccettato, io non lo so; come chiedersi, citando Clive Barker, se un pensiero possa essere elegante o meno. Però è l’unico modo in cui riesco a definire quello che è IDENTITA’ FLUIDE: un pensiero elegante, isolato dal caos esterno.
DCF

*Per le fotografe: sono parole che nascono spontanee, che non cercano smentite, né esigono conferme. I miei limiti mi impediscono di dire di più senza perdermi dentro le parole, la qual cosa, se accadesse, si allontanerebbe dall’unica delle verità possibili, che è quella data dalle vostre immagini e da chi, osservandole, vi legge ciò che desidera leggervi. Un bacio a tutte e tre.

Qui in alto, pochi scatti per raccontare l'allestimento minimale di IDENTITA' FLUIDE, il nuovo vestito dello Spazio, fatto di foto e disegni, di sguardi e di corpi trasformati o in trasformazione.
Alcune foto di Giulia Grandi, detta Diletta; potete sbirciare sul suo facebook per trovare altri scatti.
Il lavoro di Sofia Labadini Love, che ha un blog dove dice che le piace tutto, e tutto è amore. Cliccate qui se volete scorrerlo.
Giulia Voltini: nelle foto come nei disegni, un tripudio di colori. Altre lisergiche cose sono qui, sul suo blog.
Il solito doveroso ringraziamento a Luca Muchetti (giornalista della Provincia, quotidiano di Cremona), cui dobbiamo il servizio qui sopra. La stampa può essere ancora amica...

IDENTITA’ FLUIDE è aperto fino alla fine di settembre, su appuntamento o sabato-domenica pomeriggio dalle 18.00 alle 20.30 circa.Veniteci. Cremona, Piazza Roma 36, ok?

venerdì 18 febbraio 2011

P.S.

E giusto che si parla di Anna, fresco fresco giunge MUMBLE:, mensile gratuito distribuito tra Modena, Bologna, Reggio Emilia, Ferrara, eccetera, dove ad Anna Cigoli è destinata la copertina con una delle illustrazioni esposte da noi e il fumetto che abbiamo scritto insieme qualche anno fa (ma procuratevi delle lenti, perchè le vignette sono mooolto piccole)!
E giusto poi che si parla di riviste, già che ci sono segnalo la webzine HASH, curata da Greta Xella, Nastassia Oswald ed Eleonora Liparoti, cioè Eta, che come già annunciato colonizzerà pure lei la specie di spazio. Se poi sfogliate sfogliate c'è pure Alice Seghetti, alias Totemica, un'altra delle bravissime creative che dovrebbe venire a trovarci e portare il suo mondo - dico dovrebbe perchè in giorni duri come questi il condizionale è d'obbligo. Ma la speranza è l'ultima a morire e la prima a resuscitare...
Al prossimo post con il video ufficiale del BOSCO DI KODAMA!               DCF                                                                                                                                                        

mercoledì 2 febbraio 2011

TRASHED


TRASHED è come abbiamo chiamato il primo evento-installazione-mostra nella specie di spazio creato da Federico Fronterrè e da me. Skeletro379, ossia Renato Florindi (i cui lavori bellissimi potete trovare qui), aveva già inaugurato in passato un altro spazio sperimentale, forse troppo soggetto alle idisioncrasie e ai limiti dell'individuo che lo gestiva, cioè io. Con Federico Fronterrè, però, tutto ha assunto un nuovo aspetto. Le considerazioni di Georges Perec (parleremo anche di lui,) assieme all'evidenza della libertà offertaci, di fronte alla capacità di muoverci come meglio credevamo, ci ha permesso di immaginare il lavoro di Renato come l'insieme di visioni folli di un folle, riunite in uno spazio unico - che poi Renato un po' folle lo è, data la sua attitudine a tenere nascosti i suoi disegni o a distruggere quelli più meritevoli e inesorabilmente destinarli alla spazzatura (ecco il perchè del titolo TRASHED).
Il risultato è ben rappresentato dalle foto (ce ne sono altre qui) che testimoniano quanto accaduto il 5 novembre 2010, dai video (nel prossimo post), da coloro che spero ne serbino il ricordo e dal tumore al cervello naturalmente conseguito. Io, terapeuticamente, devo limitare le parole.










 

Ne approfitto anche per ringraziare Eta (cioè Eleonora Liparoti), che come me e Federico, interverrà su questo blog per dire la sua. Eta è una blogger militante, ma avremo modo di parlare di lei più avanti, perchè il suo ruolo nell'ordine delle cose e di questo spazio in particolare è assai importante. Dicevo che la ringrazio perchè, prima ancora che questo blog esistesse, lei aveva già detto la sua su TRASHED, e le sue riflessioni particolarmente attente sono espresse laddove dormono i pesci volanti
DCF

ALLA CONQUISTA DELLO SPAZIO


Il 5 novembre 2010 è nato una specie di spazio (niente maiuscole, non ancora); nuovo nuovo, a Cremona, in Galleria del Corso n°36 - ma qualcuno sostiene che sia Piazza Roma n° 36, e già qui si intravede il futuro bizzarro di un luogo che non ha nome ma un'identità incerta, e incerto è così pure l'indirizzo. Che poi non è nato neppure il 5 novembre, ma quel 5 novembre è stato solo tenuto a battesimo, con l'installazione-mostra di Skeletro379, cioè Renato Florindi (se ne parla dopo, e bene), perchè lo spazio già esisteva, ed io e Federico Fronterrè, il mecenate di tutta l'operazione, lo vivevamo e lo discutevamo, e prima ancora di aprirne i battenti l'avevamo già ammazzato e resuscitato più volte, trasformandolo in negozio, poi in galleria, pensandolo invivibile e inabitabile, spazio a sè, auto-referenziale nel suo nulla, poi ci siamo detti che sarebbe stato un po' di tutto. Già allora ci rendevamo conto che non era lo spazio il problema, ma il contenitore più ampio in cui si trovava, ossia la città.
Cremona è un posto in cui si infrangono sogni e desideri, ma come la Shell Beach della tenebrosa, proteiforme Dark City di Alex Proyas, come certe architetture spaventose e forse inutili di Giovanni Piranesi e del Cornelio Escher, è spesso anche l'unico contenitore di sogni (per alcuni). Cremona è città, come tutte le città (?), dove esiste solo ciò che è promosso, legittimato, associato, amministrato, al massimo compromesso, tendente al perfezionamento e all'assimilazione, Cremona vive i suoi spazi per renderli odiosi. A volte. Tratta i suoi luoghi con l'amore che lo spettatore dona ai partecipanti al grande fratello (scusate se anche qui non uso le maiuscole), cioè con l'amore destinato a diventare odio e disprezzo, boicottaggio dell'immagine invidiata. E' un bel posto, Cremona, ma chi ci vive non è amante dei luoghi che abita. Io che a Cremona ci abito ormai da tanto, ma non ci ho vissuto l'infanzia, ricordo che arrivato nella città del torrone e dello strumento che comincia con la V di vendetta - io mi ricordo la nebbia, e gli androni, e i cortili misteriosi, e la campagna a un tratto, e certi quartierini solitari che ci vado poco, perchè quando ci vado trovo la città che mi piace, e me la conservo. 
Questa specie di spazio è  per me un omaggio a quel mistero che trovai giunto in questa città del nord. Io e Federico volevamo regalare un po' di stupore, perchè come dice un'amica, "lo stupore è un motore", e volevamo stupirci pure noi, che abbiamo cominciato questa cosa senza sapere come si va a finire. Perchè possiamo e ci va, perchè vogliamo vivere e fare vivere in pochi metri quadri un po' dell'animo umano (certo, ovvio, un certo tipo di umano), e forse, se riusciamo un minimo a essere diversamente curatori, anche a scommetterci sopra in un senso lavorativo e culturale. Adesso però NON è un lavoro, e la cultura, se c'è, è perchè ne siamo tutti più o meno pregni, se trasuda non è colpa nostra.
Avrò/avremo modo, io e Federico, di parlare ancora di questo esperimento, quest'ambizione e questo fallimento (parleremo anche della validità dell'ipotesi di fallimento), ma poichè ho già scritto troppo, lascio il resto alle giuste e belle parole, quelle che nascono dalla sapienza della sintesi, le parole di Luca Muchetti, che ha intercesso per noi sul giornale locale, ci ha suggeriti in un supplemento, fotografati e legittimati, un piccolo atto di giustizia che ammiro e quindi riconosco nell'inserire il suo testo integralmente. Per ora è tutto, ma non è vero, altri post mi attendono.
 David C. Fragale