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giovedì 1 ottobre 2015

UNDERGROUND DOWNTOWN



una croce propiziatoria di David Chance Fragale

A sinistra opere di Dicre, a destra Oberon di David Chance Fragale
Oberon di David Chance Fragale (dettaglio)

Un quadro di Davide Barboglio  realizzato con i bambini della corte di via Damiano Chiesa a Cremona

Francesco Soldi

Dicre e Saul Paloschi


Sonia Secchi

David Chance Fragale


un giovanissimo visitatore esamina una creazione di Francesco Soldi

Davide Barboglio

Il RITO di Sonia Secchi

David Chance Fragale

sabato 22 agosto 2015

SPECIE DI AMENI SPAZI

Dialogues hermétiques, di David Chance Fragale
 La disciplina della prossemica, che per quanto ne so riflette sui gesti e i comportamenti umani in relazione allo spazio (ma per maggiori chiarimenti, rimando alle letture specifiche sul tema, in particolare la Dimensione nascosta di Edward Hall), definirebbe l'ospedale psichiatrico così come ogni altra struttura penitenziale un errore semiotico, ovvero un paradosso significante; ma per dirlo meglio si dovrebbe pensare al mondo naturale e provare ad immaginare qualcosa di simile al manicomio nell'universo animale o vegetale. Ovviamente ci rendiamo subito conto che aberrazioni simili non esistono, a differenza forse dei cimiteri. Per le ragioni più ovvie, pure se si esclude la dimensione spirituale, il cimitero è una realtà presente nel mondo animale come in quello umano (qui la distinzione fra specie è puramente di comodo). Il cimitero è infatti un compromesso tra il bisogno di mantenere incontaminato un dato settore abitativo e quello di ricondurre (o ricondursi) a uno spazio neutrale, avulso dal cinetismo del mondo vivente. A questo proposito, sarebbero esemplari (per quanto lontani dall'essere studiati e confermati) i cimiteri di elefanti e quelli di balene. Ma se dalle piramidi ai mausolei, dagli ossari sotterranei ai malinconici camposanti costellati di statue erose dal tempo, il cimitero dell'uomo d'oggi e di ieri è sempre parsa una monumentale elegia costruita intorno all'oggetto morto, e quindi un'esaltazione dell'essere umano dai tratti vagamente necrofili, al contrario i sanatori e le carceri, ancora luoghi di vita, di presenze pulsanti, paiono quasi costituire una paradossale imitazione degli alveari e dei formicai del mondo degli insetti, eppure invertiti di senso; ed è qui che la morte e l'oblio sembrano essere più presenti, il cimitero diventa luogo del ricordo, il manicomio diventa luogo della dimenticanza. 

Attent place, (c) David C. Fragale
 Emblematico è stato, in questo senso, entrare nell'ospedale di C. (non cito il nome per evidenti motivi di discrezione e per non agevolare in qualche modo la sparizione di questo luogo che adesso è sospeso fra quello che fu il suo ruolo specifico e il cimitero, passando per tutti i significanti che stanno in mezzo).
Si tratta di una delle più grandi strutture manicomiali del nostro paese, e prima fu lazzaretto per malati di colera. La sua storia, per chi è bravo a cercare, si trova su tantissimi siti, e a questo rigo avrete già capito di che posto si parla.
A me interessa ricondurre tutto allo spazio, a quella distanza che annulla o consente la comunicazione.
L'ospedale di C. si presenta fin da subito come una serie di strutture tra il vecchio e il nuovo, e quindi già un incontro di epoche; alcuni settori sono più semplici e funzionali, e il decadimento progressivo le ha trasformate nelle parti più spaventose dell'edificio; man mano che si procede nell'esplorazione, l'architettura diventa più ricercata, ma non troppo, sia beninteso, è semplicemente un riflesso del momento in cui è stata costruita. A questo punto sopraggiunge la tristezza. L'ospedale abbandonato di C. si comporta adesso come una cassa di risonanza delle nostre sensazioni o, per chi ci vuole credere, di tutte le sensazioni che si sono negli anni mescolate in quel luogo. E, cosa più importante, adesso sembra svolgere quel ruolo che prima non aveva svolto mai. Adesso, nell'annullamento delle sue funzioni, può anche essere bello. Perché adesso, nello stato in cui versa, di sicuro effimero, ma capace di stupirci per la longevità che potrebbe manifestare se l'uomo non si opporrà a questo stato di libero arbitrio strutturale, l'ospedale abbandonato di C. è divenuto uno spazio polifunzionale e ha acquisito tutta una serie di sensi che prima gli erano preclusi. 

Too much time, (c) David C. Fragale
 Adesso C. è un luna-park per gli amanti del silenzio o delle emozioni forti, è un set video-fotografico, è un covo di fantasmi per gli appassionati cacciatori di tali manifestazioni, è anche un documento storico; è un ironico antagonista del ben più famoso e ben tenuto edificio che gli sorge accanto, dimora di duchi e duchesse, è un'avventura fisica per chi, anestetizzato dalle tecnologie che coinvolgono mondi astratti, può ricordarsi il piacere dell'esplorazione e i suoi molteplici rischi. Potrei andare avanti così, ma non è questo il punto. Forse il punto è che questa esperienza dentro le mura di C. mi ha ricordato quanto sia importante il nostro rapporto con lo spazio, con le specie di spazi che affollano il mondo, e quanto sincero e cristallino possa rivelarsi vagare nei corridoi, per le stanze, nei meandri sotterranei, di un luogo che ha perso la sua funzione come l'uomo sembra perdere la sua funzione dopo la morte. Camminare sul pavimento polveroso di C. è come camminare nelle circonvoluzioni del cervello umano, dentro c'è tutto, come sopra così sotto, ovvero così dentro come fuori. E viceversa.

DCF

P.S.: Si ringraziano gli amici che hanno partecipato a questo viaggio, e i ragazzi di Dust Brothers Inside, per l'interesse e la passione comune, e per le numerose dritte in merito.


Fotografie di C., realizzate da Sonia Secchi, che potete vedere anche su questa pagina: http://crimesceneofgoodintentions.tumblr.com/post/127258266788/pics-from-an-abandoned-mental-hospital-guys

mercoledì 22 luglio 2015

MUSA ovvero...

Temi me e poi va’ via,

questa è la sposa mia.

Arthur Machen

Musa è una performance ideata da David Chance Fragale e Sonia Secchi in occasione dell' EXPOSIZIONE PIKIDI 2015

Sempre mi sono chiesto donde viene l'arte, la creatività, i simboli e altri pensieri che obbligano alla manifattura, alla scrittura, alla messa in scena delle cose. Sempre,  in questi momenti, mi ha colto un'ansia terribile, come se alle mie spalle si elevasse un corpo immane, un dinosauro che mi respirasse sulla nuca; di notte questa cosa assumeva le forme di donne mostruose e seducenti, l'ispiratrice crudele. Se il Duende di Lorca mi parla sotto forma di specchio distorto, scimmiottando le mie forme e la mia voce, così la Musa è altrettanto oscura, entità esigente alla quale è impossibile opporsi, bella e terribile. Nel mio vivere, la meraviglia più grande si incarna spesso nell'aspetto più agghiacciante, priva di stucchevole armonia e sussiegoso splendore. L'arte, come la vita, è prodotto di pulsioni ctonie, e l'atto perfomativo è solo un esperimento per dire di questo. Meglio ancora se si tratta di un gioco a due, come si volesse soddisfare questi angeli che sono anche demoni con la forza del doppio. 
Per questo Μοῦσαι, per questo Pikidi Arte. Per tentare di raccontare la bellezza dell'angoscia del fare.
MUSA è un tentativo di ingraziarsi ciò che vive alle nostre spalle, perché alla fine tutto è dovuto.
Musa è una performance di lettura e scrittura e altro ancora ideata da DavidChance Fragale e SoniaSecchi in occasione dell' EXPOSIZIONE PIKIDI 2015.

DcF



Una breve serie di scatti delle opere presenti all'EXPOSIZIONE PIKIDI 2015, tra cui DICRE, Giordano Garutti, Riccardo Bergonzi, Filippo Centenari, Giorgio Varani, REGO, Gianpietro Grossi e altri...

A seguire, della performance un breve riepilogo, un'idea, un'impressione di quello che è stato fatto:

lunedì 29 giugno 2015

100 IN UN GIORNO! ovvero l'ultima tentazione di Milano...



Ed eccoci qui, a Milano con i Black Whateverare nel cestino delle biciclette. Il sole è alto sulla città stranamente mezza vuota e senza macchine e pedalare è un piacere.
Dopo aver incontrato i ragazzi di 100in1giorno Milano in Piazza Cairoli per ritirare il kit necessario ai partecipanti all'iniziativa, scattiamo un paio di foto e rimontiamo sulle nostre biciclette sgangherate verso Parco Sempione pronti a cominciare con THE BLACK WHATEVERARE ON THE ROAD.

E' cominciata così la nostra giornata a Milano in occasione di 100IN1GIORNO, festival della creatività urbana: un festival che ha l'intenzione di raccogliere all'interno dei confini urbani un minimo di 100 iniziative proposte e realizzate dai cittadini nell'arco di un giorno, con l'obiettivo di capire fino a che punto, insieme, è possibile stimolare la creatività collettiva per animare gli spazi pubblici rendendo Milano più vicina ai propri sogni, che si tratti di performances, installazioni o sport. E' un movimento globale al quale hanno aderito città europee e non da Milano a Copenhagen, da Città del Capo a Montreal e così via.

Ma che cos'è THE BLACK WHATEVERARE ONE THE ROAD?
E' un spettacolo di pupazzeria e di storytelling ma è anche un laboratorio per imparare a costruire i propri avatar di pezza, interpretarli in modo efficace e vivere la città come scenario per raccontare storie sempre nuove. 

 
Il nostro è stato un tentativo di raccontare la città come spazio creativo di gioco e improvvisazione attraverso l'uso dei nostri amici pelosi, oltre che un momento di indagine e conoscenza di tutte le realtà che si muovono silenziosamente o meno intorno a noi... anche se, dato il poco tempo a disposizione, non si è potuto vedere proprio tutto. Ma qualcosa, qualche piccola parte di questo grande evento (e quindi grandi singole iniziative!) l'abbiamo vista: infatti, dopo il nostro contributo all'evento in Parco Sempione, ci siamo trovati all'ombra di certi alberi dei giardini pubblici di Indro Montanelli ornati dai bellissimi lavori delle artiste del gruppo Sul Filo Dell'Arte, organizzazione no profit che si occupa di urban knitting, mandala, allestimenti tematici, laboratori per bambini e molto altro, e che ci hanno insegnato a confezionare i nostri manufatti con materiali di recupero che abbiamo felicemente abbandonato in segno di augurio o solo per dire “noi siamo passati di qua”.


Poi Corinna (una delle artiste di Sul Filo Dell'Arte) ci dice: “Eh, siete arrivati tardi! Prima c'erano tutti i ragazzi del Pride ma sono andati a fare la parata in corso Buenos Aires” così ci guardiamo e dopo questa gradevolissima pausa inforchiamo le bici e cominciamo a pedalare in preda alla curiosità.
Non credo di aver mai visto Corso Buenos Aires sgombra dalle macchine, la via per l'occasione si è trasformata in un'area pedonale che ospita una moltitudine di persone in festa per il Gay Pride: bandiere arcobaleno, giovani e anziani, musica e curiosi, macchine fotografiche e telecamere all'opera per riprendere il tutto e immortalare questa data che sicuramente un giorno troveremo nei libri di storia.
Ma l'avventura non finisce qui: è vero che quando hai una bicicletta puoi davvero andare più lontano di quanto ti aspetti di fare. Mi scuso se questo mio scritto di documentazione sembra di più un inno alla bicicletta che neanche all'evento ma devo essere sincera, se non avessi avuto queste due ruote a trasportarmi da un punto all'altro di questa città che ancora per me è un mistero, oltre che un crogiolo di sorprese, non starei scrivendo queste parole e il mio punto di vista sarebbe completamente diverso perchè QUESTE DUE RUOTE mi hanno portata (con l'aiuto di una mente sapiente) in una di quelle che ritengo essere una delle zone più belle e stimolanti della città: la Martesana.
Prima di partire da Corso Buenos Aires, il centro, ho guardato l'ora: erano le 17.35 e circa un'ora dopo mi sono trovata sulla pista ciclabile del naviglio della Martesana, un canale navigabile e costeggiato da vecchie case bellissime e orti di guerra, famigliole di nutrie, sportivi e gente a passeggio che come me si godeva uno spettacolo così semplice e antitetico alla metropoli (si ringrazia tantissimo la condizione di luce del momento) da far provare un senso di pace e meraviglia insieme. Avete presente alcune inquadrature del film “La grande bellezza”? So che non è la stessa cosa ma la sensazione che ho provato è stata simile: quando mi trovo davanti a finestre che raccontano una storia o a giardini là in fondo alla visuale concessa dall'angolazione in cui ti trovi che ti fanno solo immaginare quello che vi si cela o a case vecchissime sulla costa del naviglio che ospitano un esercito in riposo di peluches silenziosi, bambole e un orologio senza lancette che sembrano rimanere immutati nel tempo, provo un senso di quello che definiremmo tranquillamente MAGIA che è un fatto privato, spesso non condivisibile a meno che non ci si trovi di fianco a un'anima ricercatrice che persegue come te il senso del mistero, una persona davanti a cui rimanere a bocca spalancata per lo stupore senza aver paura di mostrare le carie.
Alla fine della pista ciclabile quello che sembra l'inizio di un paesuncolo che, vivendo a Cremona, non ci si stupirebbe di vedere ma a Milano... Bè, sabato a Milano è stata tutta un'altra storia.
E poi al ritorno, perchè ormai l'avventura stava finendo, certo c'erano tutte le promesse di tornarci, magari la notte che è più bello, ma insomma, l'avventura stava finendo e il treno non aspetta (anche se quella del treno è stata un'avventura che vale al pena raccontare un giorno!). Dicevo, al ritorno un parco gremito di banchetti e musica live nel quale abbiamo incontrato un'altra delle iniziative di 100in1giorno Milano: Wonder Experiences, ovvero, passeggiate in bicicletta con lo sguardo aperto alla meraviglia, che dopo un post del genere tu dici “Calza a pennello!”, che per l'occasione aveva organizzato un piccolo stand di vasetti con delle piantine per addobbare la zona della Martesana.

E poi il sole è tramontato e si è fatta l'ora di andare ed io ho raccontato tutto quello che ho visto sabato 27 Giugno e se i Black Whateverare potessero parlare fuori dalle nostre voci descriverebbero ciò che io ho descritto e se ne andrebbero felici, stanchi ma felici, col cuore pieno come me lo sento ancora adesso a condividere con voi lettori la nostra esperienza in occasione di 100in1giorno Milano. Festival della creatività urbana che ha mantenuto solennemente la parola data.

Sonia Secchi

lunedì 27 aprile 2015

TAKING AND GIVING IN LONDON

Sometimes I feel like a scientist (like most of the people working with creativity)
always trying different combinations of elements,
keeping experimenting to get to one single formula:
a way to perform.

Sonia Secchi



Per Buddha, non puoi viaggiare su una strada senza essere tu stesso la strada. Non sono un buddhista, ma questo pensiero mi colpisce e mi attraversa e mi ci riconosco, in quello che è stato fatto e sarà fatto. Secondo il nostro nume tutelare Georges Perec, "leggere quanto è scritto nella strada; colonne Morris, edicole, manifesti, cartelli stradali, graffiti, dépliant gettati per terra, insegne dei negozi (...) Niente ci colpisce. Non sappiamo vedere." Ed eccoci al punto di questo secondo post dedicato all'esperienza performativa a Londra, città magica, città di draghi, città di strade. Dopo il picture crossing e altre installazioni (ne parlerò più avanti), è la volta di dire di noi, di spose e di pupazzi. Ma si parla sempre di strada, di quello che la strada ti dà e che devi in qualche modo restituire. Sono un fanatico di opere murali, amo i manifesti strappati, la gente vestita in modo strano, i pazzi, le donne che zoppicano, le riviste di moda gratis che trovi nei pub di Brick Lane, i volantini che promuovono eventi e spettacoli segreti, amo i muri e la spazzatura che vorresti portarti a casa, e quando trovo un luogo in cui tutto questo diventa un affresco emozionale, allora so che è il posto giusto per fermarsi e recitare, o per camminare e contribuire a complicare l'affresco. In fondo penso che sia questa la street art, un modo un pò beffardo di partecipare alla vita di quel particolare scorcio cittadino, di diventare parte di esso, di sentirsi a casa. Anche di insegnare a vedere, come vorrebbe Perec. Le strade sono i luoghi migliori dove conoscere il mondo, e sperimentarvi l'arte o la magia o come la volete chiamare non sarà mai bello e utile e fondamentale come sulle strade. Che poi siano le strade di Londra non è casuale, ma qui si parla di genius loci e altre amenità, che ovviamente non interessano tutti e forse non vale neppure la pena di rivelarsi agli altri così tanto. L'importante è ricordarsi che per quanto siano importanti i musei, i negozi, il posto fisso, l'opinione politica sui social networks, le stragi della settimana, le parole buttate qui su un blog che leggerano giusto in quattro - l'importante, dico, è stare sulle strade e sentirle e vederle e farne parte, con un cappello buttato per terra e una manciata di spiccioli dentro se volete, oppure misurata coi piedi finché sanguinano. Alla fine la strada parlerà e se sei fortunato ne farai parte.

David Chance Fragale





Alcuni frammenti della performance TAKE THE FLOWER di Sonia Secchi nei quartieri di Londra, che potete approfondire sul suo sito; qui sotto il video.



A seguire alcuni scatti regalati dal pubblico e da amici dei Black Whateverare, alla loro seconda apparizione nella capitale; un'esperienza catartica, davvero.





I am a fanatic of murals, I love torn posters, the people dressed in a strange way, the insane things, women who limp, fashion magazines that are free in the pubs of Brick Lane, the flyers that promote events and shows secrets, and I  love the walls and the garbage that you'd like to take you home, and when I find a place where all of this becomes an emotional painting I know it's the place to stop and play, or to walk and contribute to complicate this pattern. Basically I think that this is the street art, a way of mocking a bit part in the life of that particular historical city, to become part of it, to feel at home. Also to teach to see, as  Georges Perec said. The streets are the best places to learn about the world, and experimenting art or magic will never be beautiful and useful and essential as on the roads. The important thing is to remember that no matter how important are the museums, shops, the permanent position, political opinion on social networks, the massacres of the week - the important, I say, is to stay on the streets and hear them and see them and be part of it, with a hat on the ground  if you want, or measured with your feet until they bleed. Eventually the road will talk and if you're lucky you'll be part of it.

David Chance Fragale

martedì 10 marzo 2015

MASQUERADE

Il folle ha perduto tutto, tranne la ragione.

Pauwels & Bergier

Quando parlo (pessima abitudine, lo so) la maggior parte delle persone non capisce quello che dico e subito mi contesta senza che io abbia finito, oppure sorride e mi trova simpatico quando si voleva sortire l'effetto opposto, e anche se questo fa di me l'uomo più nervoso del mondo per lo spazio-tempo di una sera, confesso che il problema è solo mio, che mi disaffeziono alla parola giorno dopo giorno e a tutti i significati che alla parola vengono dati. Più volentieri mi affido al significante, dato che ormai ritrovo nella forma i contenuti che mancano al significato. Indosso una maschera. 
Come faccio a spiegare Masquerade, e poi devo farlo davvero? O forse è Masquerade che spiega tutto, l'azione e l'inazione, l'impossibile confronto coi sedicenti esperti del settore e il corteggiamento dei folli, in'equazione perfetta che esclude la soddisfazione a favore di una guerriglia intellettuale in cui perdono tutti? Il wendigo rappresenta il bisogno cannibale di annullare il proprio nemico.
maschera di David Chance Fragale - photo: DCF-Sonia Secchi
Le maschere che io e Sonia, e Dario, ed Ela, e forse qualcun altro abbiamo fabbricato non si sono forse nutrite di un'idea che ha alimentato il processo di fabbricazione? Facile, direte, da sempre si fa così, da sempre la committenza sprona al lavoro e stimola la creatività. Eppure mi interessa meno la chiacchiera che ne consegue,  addirittura il disallestimento di un'esposizione è meglio del circo intellettuale attorno ad essa, un salotto vuoto. La maschera del boia non ha buchi per occhi nè per il naso o per la bocca, è un desiderio di isolamento.
maschera di Dario Balletta - photo: DCF-Sonia Secchi
Si può chiudere uno spazio e lasciare che le cose dentro parlino tra loro (come probabilmente sta accadendo)? E non ha più senso questo della farsa del mercato, non ha più senso lasciare brillare di luce un sovrano di Oz nei sotterranei del suo castello mentre al di sopra si fa scempio delle libagioni? Alle creazioni dell'uomo e della donna forse interessa molto di più il paradosso di Schrodinger, in cui è l'osservatore a determinare la vita o la morte dell'opera, ma ammettiamolo, a che serve? essa è sempre lì, che guarda dritto senza occhi di cui non ha bisogno.

ALDO, videoinstallazione di Rocio Perez Vallejo
L'arte-scienza, l'arte-passione, l'arte-imbroglio, l'arte-net, la maschera riassume tutto, sia essa di cartapesta o uno sviluppo di luci e colori, perché la maschera resta se stessa in quanto significante privilegiato, indifferente al significato - l'uomo - che la indossa. E' il riflesso perfetto quando ci si dimentica che esiste un oggetto detto specchio (e infatti sopravvive proprio presso le culture che non hanno o non subiscono tale lusso). Con la maschera puoi corteggiare il modello di Pickman e farti sentire da forze superiori, che non hanno bisogno di portafogli per avere la tua attenzione.
Tutti i parassiti di Shaggai indossano la maschera, di Richard Upton Pickman, dalla collezione privata della Specie di Spazio
 Indossare la maschera, ovvero percorrere quella distanza che separa noi dal raggiungimento della visione di sé, che in questo caso è un vuoto concavo in cui si affossano i lineamenti che siamo soliti guardare da un'altra angolazione. Spiare il mondo attraverso la maschera induce a pensare alla faccia e al corpo che adoperiamo, la maschera è trina come la donna che fiorisce e invecchia e non è più, non sarà mai più Biancaneve.
Non puoi essere Biancaneve, di Ela Grande
 La maschera è quando non ti arrendi e metti insieme dei materiali che apparentemente non staranno mai insieme, e a un tratto guardi nell'occhio di una cosa-rettile che prima non c'era, hai dimenticato a cosa serve, adesso c'è, è lì.
ELF, di Sonia Secchi
Allora finalmente tutto quello che ti sembrava lontano diventa vicino, ti accorgi che nel silenzio c'è tutto il rumore che ti serve, che puoi ancora iscriverti a un ordine segreto se sai come annodare i lacci del tuo nuovo volto, e allora le stelle nel loro corso combatteranno per l'uomo giusto, come dice la leggenda cinese. E potrai essere gatto, sfinge, corteccia, e potrai essere tu la cosa appesa al chiodo mentre la cosa appesa al chiodo volteggia via in barba al paradosso di Schrodinger, e ci sarà una risposta simmetrica a ogni cosa, all'amore e all'irriconoscenza, all'ambizione e all'umiltà, e tutto avrò corrispondenza nel tutto, e ci sarà gemellaggio fra la grande impossibile e verissima faccia di Marte e una delle innumerevoli e verissime facce di cazzo della mia città.


David Chance Fragale

La modella e il pittore, di Dicre
LACRIMOSA, di Rocio Perez Vallejo
 
maschera di Matteo Favelli

Davide Barboglio

Matteo Filannino

Simona Florindi

David Chance Fragale


Francesca Dalla Benetta
Alessia Degani, MAIKARMA
Andrea Simeoni
Qui sotto, il videoreport della serata di inaugurazione: