Ed
eccoci qui, a Milano con i Black Whateverare nel cestino delle
biciclette. Il sole è alto sulla città stranamente mezza vuota e
senza macchine e pedalare è un piacere.
Dopo
aver incontrato i ragazzi di 100in1giorno Milano in Piazza Cairoli
per ritirare il kit necessario ai partecipanti all'iniziativa,
scattiamo un paio di foto e rimontiamo sulle nostre biciclette
sgangherate verso Parco Sempione pronti a cominciare con THE BLACK
WHATEVERARE ON THE ROAD.
E'
cominciata così la nostra giornata a Milano in occasione di
100IN1GIORNO, festival della creatività urbana: un festival che ha
l'intenzione di raccogliere all'interno dei confini urbani un minimo
di 100 iniziative proposte e realizzate dai cittadini nell'arco di un
giorno, con l'obiettivo di capire fino a che punto, insieme, è
possibile stimolare la creatività collettiva per animare gli spazi
pubblici rendendo Milano più vicina ai propri sogni, che si tratti
di performances, installazioni o sport. E' un movimento globale al
quale hanno aderito città europee e non da Milano a Copenhagen, da
Città del Capo a Montreal e così via.
Ma
che cos'è THE BLACK WHATEVERARE ONE THE ROAD?
E'
un spettacolo di pupazzeria e di storytelling ma è anche un
laboratorio per imparare a costruire i propri avatar di pezza,
interpretarli in modo efficace e vivere la città come scenario per
raccontare storie sempre nuove.
Il
nostro è stato un tentativo di raccontare la città come spazio
creativo di gioco e improvvisazione attraverso l'uso dei nostri amici
pelosi, oltre che un momento di indagine e conoscenza di tutte le
realtà che si muovono silenziosamente o meno intorno a noi... anche
se, dato il poco tempo a disposizione, non si è potuto vedere
proprio tutto. Ma qualcosa, qualche piccola parte di questo grande
evento (e quindi grandi singole iniziative!) l'abbiamo vista:
infatti, dopo il nostro contributo all'evento in Parco Sempione, ci
siamo trovati all'ombra di certi alberi dei giardini pubblici di
Indro Montanelli ornati dai bellissimi lavori delle artiste del
gruppo Sul Filo Dell'Arte, organizzazione no profit che si occupa di
urban knitting, mandala, allestimenti tematici, laboratori per
bambini e molto altro, e che ci hanno insegnato a confezionare i
nostri manufatti con materiali di recupero che abbiamo felicemente
abbandonato in segno di augurio o solo per dire “noi siamo passati
di qua”.
Poi
Corinna (una delle artiste di Sul Filo Dell'Arte) ci dice: “Eh,
siete arrivati tardi! Prima c'erano tutti i ragazzi del Pride ma sono
andati a fare la parata in corso Buenos Aires” così ci guardiamo e
dopo questa gradevolissima pausa inforchiamo le bici e cominciamo a
pedalare in preda alla curiosità.
Non
credo di aver mai visto Corso Buenos Aires sgombra dalle macchine, la
via per l'occasione si è trasformata in un'area pedonale che ospita
una moltitudine di persone in festa per il Gay Pride: bandiere
arcobaleno, giovani e anziani, musica e curiosi, macchine
fotografiche e telecamere all'opera per riprendere il tutto e
immortalare questa data che sicuramente un giorno troveremo nei libri
di storia.
Ma
l'avventura non finisce qui: è vero che quando hai una bicicletta
puoi davvero andare più lontano di quanto ti aspetti di fare. Mi
scuso se questo mio scritto di documentazione sembra di più un inno
alla bicicletta che neanche all'evento ma devo essere sincera, se non
avessi avuto queste due ruote a trasportarmi da un punto all'altro di
questa città che ancora per me è un mistero, oltre che un crogiolo
di sorprese, non starei scrivendo queste parole e il mio punto di
vista sarebbe completamente diverso perchè QUESTE DUE RUOTE mi hanno
portata (con l'aiuto di una mente sapiente) in una di quelle che
ritengo essere una delle zone più belle e stimolanti della città:
la Martesana.
Prima
di partire da Corso Buenos Aires, il centro, ho guardato l'ora: erano
le 17.35 e circa un'ora dopo mi sono trovata sulla pista ciclabile
del naviglio della Martesana, un canale navigabile e costeggiato da
vecchie case bellissime e orti di guerra, famigliole di nutrie,
sportivi e gente a passeggio che come me si godeva uno spettacolo
così semplice e antitetico alla metropoli (si ringrazia tantissimo
la condizione di luce del momento) da far provare un senso di pace e
meraviglia insieme. Avete presente alcune inquadrature del film “La
grande bellezza”? So che non è la stessa cosa ma la sensazione che
ho provato è stata simile: quando mi trovo davanti a finestre che
raccontano una storia o a giardini là in fondo alla visuale concessa
dall'angolazione in cui ti trovi che ti fanno solo immaginare quello
che vi si cela o a case vecchissime sulla costa del naviglio che
ospitano un esercito in riposo di peluches silenziosi, bambole e un
orologio senza lancette che sembrano rimanere immutati nel tempo,
provo un senso di quello che definiremmo tranquillamente MAGIA che è
un fatto privato, spesso non condivisibile a meno che non ci si trovi
di fianco a un'anima ricercatrice che persegue come te il senso del
mistero, una persona davanti a cui rimanere a bocca spalancata per lo
stupore senza aver paura di mostrare le carie.
Alla
fine della pista ciclabile quello che sembra l'inizio di un
paesuncolo che, vivendo a Cremona, non ci si stupirebbe di vedere ma
a Milano... Bè, sabato a Milano è stata tutta un'altra storia.
E
poi al ritorno, perchè ormai l'avventura stava finendo, certo
c'erano tutte le promesse di tornarci, magari la notte che è più
bello, ma insomma, l'avventura stava finendo e il treno non aspetta
(anche se quella del treno è stata un'avventura che vale al pena
raccontare un giorno!). Dicevo, al ritorno un parco gremito di
banchetti e musica live nel quale abbiamo incontrato un'altra delle
iniziative di 100in1giorno Milano: Wonder Experiences, ovvero,
passeggiate in bicicletta con lo sguardo aperto alla meraviglia, che
dopo un post del genere tu dici “Calza a pennello!”, che per
l'occasione aveva organizzato un piccolo stand di vasetti con delle
piantine per addobbare la zona della Martesana.
E
poi il sole è tramontato e si è fatta l'ora di andare ed io ho
raccontato tutto quello che ho visto sabato 27 Giugno e se i Black
Whateverare potessero parlare fuori dalle nostre voci descriverebbero
ciò che io ho descritto e se ne andrebbero felici, stanchi ma
felici, col cuore pieno come me lo sento ancora adesso a condividere
con voi lettori la nostra esperienza in occasione di 100in1giorno
Milano. Festival della creatività urbana che ha mantenuto
solennemente la parola data.
Sometimes I feel like a scientist (like most of the people working with creativity)
always trying different combinations of elements,
keeping experimenting to get to one single formula:
a way to perform.
Sonia Secchi
Per Buddha, non puoi viaggiare su una strada senza essere tu stesso la strada. Non sono un buddhista, ma questo pensiero mi colpisce e mi attraversa e mi ci riconosco, in quello che è stato fatto e sarà fatto. Secondo il nostro nume tutelare Georges Perec, "leggere quanto è scritto nella strada; colonne Morris, edicole,
manifesti, cartelli stradali, graffiti, dépliant gettati per terra,
insegne dei negozi (...) Niente ci colpisce. Non sappiamo vedere." Ed eccoci al punto di questo secondo post dedicato all'esperienza performativa a Londra, città magica, città di draghi, città di strade. Dopo il picture crossing e altre installazioni (ne parlerò più avanti), è la volta di dire di noi, di spose e di pupazzi. Ma si parla sempre di strada, di quello che la strada ti dà e che devi in qualche modo restituire. Sono un fanatico di opere murali, amo i manifesti strappati, la gente vestita in modo strano, i pazzi, le donne che zoppicano, le riviste di moda gratis che trovi nei pub di Brick Lane, i volantini che promuovono eventi e spettacoli segreti, amo i muri e la spazzatura che vorresti portarti a casa, e quando trovo un luogo in cui tutto questo diventa un affresco emozionale, allora so che è il posto giusto per fermarsi e recitare, o per camminare e contribuire a complicare l'affresco. In fondo penso che sia questa la street art, un modo un pò beffardo di partecipare alla vita di quel particolare scorcio cittadino, di diventare parte di esso, di sentirsi a casa. Anche di insegnare a vedere, come vorrebbe Perec. Le strade sono i luoghi migliori dove conoscere il mondo, e sperimentarvi l'arte o la magia o come la volete chiamare non sarà mai bello e utile e fondamentale come sulle strade. Che poi siano le strade di Londra non è casuale, ma qui si parla di genius loci e altre amenità, che ovviamente non interessano tutti e forse non vale neppure la pena di rivelarsi agli altri così tanto. L'importante è ricordarsi che per quanto siano importanti i musei, i negozi, il posto fisso, l'opinione politica sui social networks, le stragi della settimana, le parole buttate qui su un blog che leggerano giusto in quattro - l'importante, dico, è stare sulle strade e sentirle e vederle e farne parte, con un cappello buttato per terra e una manciata di spiccioli dentro se volete, oppure misurata coi piedi finché sanguinano. Alla fine la strada parlerà e se sei fortunato ne farai parte.
David Chance Fragale
Alcuni frammenti della performance TAKE THE FLOWER di Sonia Secchi nei quartieri di Londra, che potete approfondire sul suo sito; qui sotto il video.
A seguire alcuni scatti regalati dal pubblico e da amici dei Black Whateverare, alla loro seconda apparizione nella capitale; un'esperienza catartica, davvero.
I
am a fanatic of murals, I love torn posters, the people dressed in a strange
way, the insane things, women who limp, fashion magazines that are free in the
pubs of Brick Lane, the flyers that promote events and shows secrets, and I
love the
walls and the garbage that you'd like to take you home, and when I find
a place where all of this becomes an emotional painting I know it's
the place to stop and play, or to walk and contribute to complicate this pattern. Basically
I think that this is the street art, a way of mocking a bit part in the
life of that particular historical city, to become part of it, to feel
at home. Also to teach to see, as Georges Perec said. The
streets are the best places to learn about the world, and experimenting
art or magic will never be beautiful
and useful and essential as on the roads.The
important thing is to remember that no matter how important are the
museums, shops, the permanent position, political opinion on social
networks, the massacres of the week - the important, I
say, is to stay on the streets and hear them and see them and be part
of it, with a hat on the ground if
you want, or measured with your feet until they bleed. Eventually the road will talk and if you're lucky you'll be part of it.
Il folle ha perduto tutto, tranne la ragione. Pauwels & Bergier
Quando parlo (pessima abitudine, lo so) la maggior parte delle persone non capisce quello che dico e subito mi contesta senza che io abbia finito, oppure sorride e mi trova simpatico quando si voleva sortire l'effetto opposto, e anche se questo fa di me l'uomo più nervoso del mondo per lo spazio-tempo di una sera, confesso che il problema è solo mio, che mi disaffeziono alla parola giorno dopo giorno e a tutti i significati che alla parola vengono dati. Più volentieri mi affido al significante, dato che ormai ritrovo nella forma i contenuti che mancano al significato. Indosso una maschera.
Come faccio a spiegare Masquerade, e poi devo farlo davvero? O forse è Masquerade che spiega tutto, l'azione e l'inazione, l'impossibile confronto coi sedicenti esperti del settore e il corteggiamento dei folli, in'equazione perfetta che esclude la soddisfazione a favore di una guerriglia intellettuale in cui perdono tutti? Il wendigo rappresenta il bisogno cannibale di annullare il proprio nemico.
maschera di David Chance Fragale - photo: DCF-Sonia Secchi
Le maschere che io e Sonia, e Dario, ed Ela, e forse qualcun altro abbiamo fabbricato non si sono forse nutrite di un'idea che ha alimentato il processo di fabbricazione? Facile, direte, da sempre si fa così, da sempre la committenza sprona al lavoro e stimola la creatività. Eppure mi interessa meno la chiacchiera che ne consegue, addirittura il disallestimento di un'esposizione è meglio del circo intellettuale attorno ad essa, un salotto vuoto. La maschera del boia non ha buchi per occhi nè per il naso o per la bocca, è un desiderio di isolamento.
maschera di Dario Balletta - photo: DCF-Sonia Secchi
Si può chiudere uno spazio e lasciare che le cose dentro parlino tra loro (come probabilmente sta accadendo)? E non ha più senso questo della farsa del mercato, non ha più senso lasciare brillare di luce un sovrano di Oz nei sotterranei del suo castello mentre al di sopra si fa scempio delle libagioni? Alle creazioni dell'uomo e della donna forse interessa molto di più il paradosso di Schrodinger, in cui è l'osservatore a determinare la vita o la morte dell'opera, ma ammettiamolo, a che serve? essa è sempre lì, che guarda dritto senza occhi di cui non ha bisogno.
ALDO, videoinstallazione di Rocio Perez Vallejo
L'arte-scienza, l'arte-passione, l'arte-imbroglio, l'arte-net, la maschera riassume tutto, sia essa di cartapesta o uno sviluppo di luci e colori, perché la maschera resta se stessa in quanto significante privilegiato, indifferente al significato - l'uomo - che la indossa. E' il riflesso perfetto quando ci si dimentica che esiste un oggetto detto specchio (e infatti sopravvive proprio presso le culture che non hanno o non subiscono tale lusso). Con la maschera puoi corteggiare il modello di Pickman e farti sentire da forze superiori, che non hanno bisogno di portafogli per avere la tua attenzione.
Tutti i parassiti di Shaggai indossano la maschera, di Richard Upton Pickman, dalla collezione privata della Specie di Spazio
Indossare la maschera, ovvero percorrere quella distanza che separa noi dal raggiungimento della visione di sé, che in questo caso è un vuoto concavo in cui si affossano i lineamenti che siamo soliti guardare da un'altra angolazione. Spiare il mondo attraverso la maschera induce a pensare alla faccia e al corpo che adoperiamo, la maschera è trina come la donna che fiorisce e invecchia e non è più, non sarà mai più Biancaneve.
Non puoi essere Biancaneve, di Ela Grande
La maschera è quando non ti arrendi e metti insieme dei materiali che apparentemente non staranno mai insieme, e a un tratto guardi nell'occhio di una cosa-rettile che prima non c'era, hai dimenticato a cosa serve, adesso c'è, è lì.
ELF, di Sonia Secchi
Allora finalmente tutto quello che ti sembrava lontano diventa vicino, ti accorgi che nel silenzio c'è tutto il rumore che ti serve, che puoi ancora iscriverti a un ordine segreto se sai come annodare i lacci del tuo nuovo volto, e allora le stelle nel loro corso combatteranno per l'uomo giusto, come dice la leggenda cinese. E potrai essere gatto, sfinge, corteccia, e potrai essere tu la cosa appesa al chiodo mentre la cosa appesa al chiodo volteggia via in barba al paradosso di Schrodinger, e ci sarà una risposta simmetrica a ogni cosa, all'amore e all'irriconoscenza, all'ambizione e all'umiltà, e tutto avrò corrispondenza nel tutto, e ci sarà gemellaggio fra la grande impossibile e verissima faccia di Marte e una delle innumerevoli e verissime facce di cazzo della mia città.
David Chance Fragale
La modella e il pittore, di Dicre
LACRIMOSA, di Rocio Perez Vallejo
maschera di Matteo Favelli
Davide Barboglio
Matteo Filannino
Simona Florindi
David Chance Fragale
Francesca Dalla Benetta
Alessia Degani, MAIKARMA
Andrea Simeoni
Qui sotto, il videoreport della serata di inaugurazione:
Scrissi “Chiudo gli occhi e non
penso a te” nel 2009, forse, non ricordo con precisione, ma ricordo di averla
scritta. La suonavo ai concerti e tutti dicevano “bella l’armonica” e io
rispondevo “sì ma la canzone? Ti piace anche la canzone o solo l’armonica?”.
Poi nel 2012 la registrai nello studio del mio amico Flex e alla fine del 2013
trovai la Sinusite Records che ben pensò di pubblicare e distribuire il mio
disco con all’interno questa canzonetta. L’uscita era prevista per il 2014, il 10
aprile per la precisione, e serviva un video lancio del cosiddetto singolo.
Scegliemmo questa canzone, penso per la sua orecchiabilità. O forse è solo per
l’armonica? Guardate che non è difficile suonare l’armonica, ve lo assicuro! Un
giorno Federico mi chiamò entusiasta e mi disse: “Ste ho un’idea! Facciamo un
video in macchina, viene figo!”, e io: “Sì ok ma io non devo guidare, vero?”, e
lui “Ma no, rimaniamo in garage”, e io: “Perfetto, giriamo”. E così, un giorno di
febbraio io Federico e David ci trovammo per andare in giro tra le campagne
della pianura padana. Dovevamo girare la scena in cui io scavo una buca,
indemoniato, per seppellire i ricordi di un amore perduto. Ci fermammo nei pressi di un cimitero e
iniziai a rovinare il raccolto a colpi di vanga (l’arte è distruzione) mentre
Federico e David mi riprendevano. Dovevamo fare più scene in più luoghi per poi
montarle ed avere così tanti sfondi diversi con io che continuo, forsennato, a
scavare maldestramente. Tornammo alla macchina per trovare altri luoghi tristi,
cosa assai facile dalle nostre parti, ma la macchina non ripartiva. Provammo a
spingerla ma niente. Eravamo soli, in mezzo alla campagna, davanti a un
cimitero, senza macchina. Fortuna che di lì a poco arrivò un ometto al quale
chiedemmo la cortesia di trasmetterci un po’ della sua batteria. Bestemmiando,
lo fece. Tornammo verso casa, scoraggiati. Ma decidemmo di continuare comunque
il video. Federico portò la macchina non so dove, forse da un esorcista, mentre
io e David andammo dalle parti del Po per continuare le riprese. Tra alberi
mutanti e fango portammo a termine l’impresa. Io mi procurai una considerevole tendinite
al braccio destro che, fremente ancora dopo due settimane, pensavo mi avrebbe
compromesso la funzionalità del braccio per sempre. Non fu così. Ah, mi sono
dimenticato che prima di questa scena clamorosa girammo le scene in macchina
nel garage di Chiara, che nel video fa anche d’attrice. Dunque bisogna
ringraziarla per un sacco di cose. No, non ricordo se abbiamo girato prima
queste scene o le altre, non ricordo ma le abbiamo girate tutte. Federico e
David poi iniziarono le grandi manovre della postproduzione, una cosa da geni,
che io ho visto solo alla fine. Be’ il risultato è questo, ed è bellissimo.
"È certamente vero che noi dobbiamo pensare alla felicità degli altri;
ma non si dice mai abbastanza che il meglio che possiamo fare per quelli
che amiamo è ancora l'essere felici."
Emile-Auguste Chartier
Ho già parlato di WHO ART YOU? Sì, ne ho parlato, con affetto e lungimiranza, su questo blog e sulla nostra pagina facebook. Sono passati due anni dal primo timido incontro, quando partecipai alla prima edizione del contest con la Cura del Bianco (e no, per la cronaca non vinsi, nè mi importò), poi seguìto dal mio esordio come membro della giuria per la seconda edizione di questo scoppiettante incontro artistico, fino ad approdare qui, ad una prossimissima collettiva in quel di Londra, presso la Brick Lane Gallery, e una non troppo lontana terza edizione del contest che mi vedrà ancora come componente attivo.
"NOlabè stata fondata nel 2009da
un team di
creativi operativi da 10 anni nel mondo della comunicazione,
dell’editoria e dell’organizzazione eventi. Dopo vari esperimenti nel
settore televisivo, nella moda e nell’editoria, la nascita di NOlab
diventa necessaria. La scelta di costruire una nuova filosofia di
pensiero e lavoro basata sul rifiuto alle tendenze e alle convenzioni è
il naturale sfogo utile per creare un laboratorio unico e innovativo.NOlab è un laboratorio di idee per chi non ha paura di dire NO."
E ancora una volta io dico sì a questo gruppo, di cui spero d'essere sempre più una costola necessaria, perchè con essi il discorso delle specie di spazi si amplifica, diventa capillare, e attraversa le più variegate forme di comunicazione. Come in questo caso. Sfruttando infatti le strategie promozionali già attuate per la nostra associazione, ho realizzato alcuni trailers dei prossimi eventi che NOlab ha messo in cantiere - un vero e proprio studio per il sottoscritto, cercando l'idea vincente, quella più adatta ai grandi canale di distribuzione informativa fino a quelli più eccentrici, volutamente studiati per una fruzione veloce, da social network, destinati a sparire nell'arco di breve tempo. Perchè anche questo è il vantaggio di lavorare con chi ha idee e il giusto fervore, è estremamente contagioso e induce a dare di più, una risposta salubre all'impantanamento provinciale che qui, da dove scrivo, ha condotto solo a una sterile mondanità. Ben venga il futuro, quindi, sperando che sia illuminato come le menti che lo stanno forgiando.
Zonta è un'associazione internazionale, sorta negli Stati Uniti nel 1919, che riunisce donne attive nell'industria, negli affari, nella libera professione con l'impegno di agire per il progresso e il benessere dell'umanità.
In particolare intende "migliorare la posizione legale, economica e professionale della donna; lavorare per una migliore comprensione, buona volontà e pace tra gli uomini; promuovere la giustizia e il rispetto universale per i diritti umani e le libertà fondamentali".
Il video realizzato da noi dello Spazio documenta la collaborazione fra Zonta e l'artista Grazia Gabbini, che ha realizzato una serie di opere "interattive", ovvero realizzate in sinergia con il pubblico, per sensibilizzare il pubblico sul problema sempre contingente della violenza sulle donne, per poi trascendere e schierarsi contro la violenza tout court, sia quella fisica che psicologica, fra le mura domestiche come sul posto di lavoro, per strada o nell'intimo delle relazioni sociali. La galleria d'arte IL TRIANGOLO, lo staff dell'associazione Una Specie di Spazio e molti amici hanno aderito al progetto e detto il loro NO alla violenza, e tu?
Sign your NO è un progetto artistico di Grazia Gabbini a cura di Angela Bellardi (presidentessa dello Zonta Club Cremona) e Mariarosa Ferrari (galleria Il Triangolo) video report: David Chance Fragale - Federico Fronterrè testi: Stefania Mattioli
grazie a tutti coloro che hanno partecipato e dato una mano (letteralmente)...
Fortunatamente, non tutte le collaborazioni riescono male. E così, dopo esserci presi il tempo dovuto, montato varie versioni del video (e questa non è la definitiva) e constatato che poco s'era detto sul web in merito al RE DEI BOSCHI ad Agropolis, abbiamo voluto riparlarne come già avevamo fatto su facebook, anche per ringraziare quelli che ci hanno aiutato a mettere su questo momento poetico, semplice ed emozionante. Per chi non conoscesse Lapisvedese, vi rimando a questo post. L'importante è sapere che sono stati i curatori di questa pubblicazione indipendente a volere il nostro appoggio e quello dell'associazione Winter Beach, per un evento che servisse a promuoverli e promuovere il duetto del RE DEI BOSCHI, composto da Stefano Scrima e Jacopo Bodini.
Così, io e Federico Fronterrè, coadiuvati da un nutrito gruppo di anime belle, abbiamo addobbato, reinventato, improvvisato una specie di spazio artistico tra le fronde degli alberi, nell'erba, nello stagno, fra le soste e i cammini, nel boschetto antistante la Cascina Marasco a Cavatigozzi, sede della cooperativa sociale Agropolis. Ringrazio le anime belle: Anna Cigoli, Alessia Degani, Isidoro Gandaglia, Erica Lanzoni, Andrea Parisi, Sonia Secchi e Serena Solitario, che con la loro attiva presenza, con l'affetto, l'estemporaneo estro, hanno contribuito a creare un momento che per me è stato magico, e si cerca di accennarlo in questo video - un videoreport, sia beninteso, a cui un domani si spera di fare seguire, se la pulizia dell'audio e altre sottigliezze feroci lo consentono, una specie di versione estesa, che sia per Stefano e Jacopo un valido aiuto per esportare il loro umore musicale. Ai ragazzi di Lapisvedese invece faccio i miei migliori auguri per la loro rivista, che quando mi capita fra le mani leggo sempre con attenzione e interesse, e sottolineo che aspetto ancora il pacchetto di sigarette promesso e una cassa di birra per lo staff della Specie di Spazio. Le carote ve le lasciamo.
DCF
Se ancora non foste stufi del RE DEI BOSCHI, eccovi l'easter egg di questo post, un videoclip un pò più vecchiotto, girato e montato da Federico Fronterrè:
No, non si parla della pena del caldo, comunque torrido, comunque snervante, nè dell'ansia che ti prende quando sai di non avere uno straccio di quattrino e sei un over thirty con scarse probabilità di vedere sia la pensione che la vecchiaia stessa. Eppure sì, in questo titolo che "a caso" ci ha offerto una serata di letture del sommo Dino Buzzati, io e Sonia Secchi, promotori dell'evento, abbiamo risposto con il silenzio. Silenzio sulle cose umane e troppo pressanti, ma molto suono, musica, e movimento, e poesia, in quella specie di spazio che è PIKIDI ARTE, di cui ho già parlato qui. Una serata condivisa con l'artista Massimo Geranio e il suo AVENEMOSUM, che a rigore compare nel video che racconta la serata, perchè di sinergia si parla, e di un progetto comune, o meglio di una sperimentazione comune, quella di fare lettura, di leggere, di dire, fra lo studio coreografico e l'estemporaneità totale. In quanti e quali modi può viaggiare un testo nell'ipertesto?
COME LA METTIAMO CON LA PENA ETERNA? BASTA IL SILENZIO. Sonia Secchi, Tamara Fragale e Loris Lari indagano l'esperimento del reading attraverso i mezzi dell'esibizione multimediale, cercando ritmo e confronto nell'ipnotica messa in scena di una "situazione" dove la figura umana sposa le parole e la melodia. Ogni cosa trae spunto dalla realtà temuta e odiata, ma anche dall'ignoto che ci circonda, ci confonde, ci racconta cose che fatichiamo a comprendere. Ogni cosa è un fatto vero. Flavio Aster Bissolati "gioca" con il testo, lo reinterpreta, lo pluralizza, lo dissolve, fra recita e manipolazione della voce, citando gli esercizi di stile di Raymond Queneau ma prendendo una strada tutta sua, che ho trovato esilarante.
Io ho rifiutato la lettura estemporanea e mi sono affidato alla preregistrazione e alla stampa fatta in casa, alla voce e alle illustrazioni di amici per raccontare le mie favole - e un grazie particolare va a Massimo Geranio per avere letto il mio Mostro senza nessuna anticipazione di sorta, e narrato così come è stato letto, per la prima volta.
E come questa prima volta, Sonia, Flavio, mia sorella e altri continueremo questa indagine della lettura negli spazi e fra gli spazi, cercando i silenzi che annullano, per un momento, quella pena tanto eterna.
David Chance Fragale
Sonia Secchi, con cui ho organizzato la serata contro la pena eterna, e di cui ho curato il trucco (e ne sono assai soddisfatto)
Flavio Aster Bissolati e il sottoscritto; in questo momento dell'esposizione del suo breve racconto UNGHIE, Flavio sperimentava la lettura con palato ricolmo di marmellata...
Tamara Fragale, mia sorella, che ha danzato per Massimo Geranio e Sonia Secchi, ma in fondo un pò per tutti...
Loris Leo Lari ha accompagnato la lettura di Sonia e la danza di Tamara
Massimo Geranio legge una poesia su un'improbabile sfondo
Ancora Tamara
E a seguire il video, un sunto alquanto esaustivo, che dura sedici minuti malgrado abbia dovuto "alleggerirlo" un bel pò, girato da Federico Fronterrè e montato dal sottoscritto nei giorni del caldo torrido. Mi scuso quindi per le inavvertenze tecniche e buona visione!